Dopo quasi tre anni di governo Meloni, la distanza tra la realtà del Paese e il racconto ufficiale è diventata imbarazzante. L’Italia viene descritta come una nazione più forte, più rispettata, più libera. I dati, però, raccontano l’esatto contrario.
Partiamo da un fatto incontestabile: l’Italia oggi è al 49° posto al mondo per libertà di stampa, secondo l’indice internazionale di Reporters Without Borders. Non al 5°, non al 10°. Quarantanovesima. Dietro a molti Paesi che non si permettono lezioni di democrazia. Un arretramento continuo che segnala un clima sempre più ostile verso l’informazione libera, il dissenso e il giornalismo critico.
Eppure, ci viene ripetuto che “va tutto bene”.
La verità sulla manovra: una pioggia di tasse travestita da prudenza
La legge finanziaria smaschera definitivamente la favola della destra “meno tasse per tutti”. La realtà è una pioggia di prelievi, frammentata e subdola, che colpisce ogni ambito della vita quotidiana:
• stretta sugli affitti brevi
• aumento dell’IRAP sulle banche (che ovviamente ricadrà sui clienti)
• anticipi fiscali sulle assicurazioni
• aumento dell’imposta di soggiorno
• ritocchi su accise di gasolio e sigarette
• rincari sulle polizze RC auto
• ipotesi di raddoppio della Tobin Tax
• nuove tassazioni su oro e pacchi extra UE
• ulteriori restrizioni e controlli su pagamenti in contanti
Il risultato è sempre lo stesso: lo Stato prende di più, mentre cittadini e imprese restano strangolati. Altro che rivoluzione fiscale. È la solita politica italiana: cambiano i volti, non il conto da pagare.
Sicurezza: slogan urlati, numeri che smentiscono
Altro pilastro della propaganda meloniana è la sicurezza. Ma anche qui i numeri parlano chiaro: rapine, furti e spaccio sono in aumento rispetto al periodo precedente. Le città sono meno sicure, la percezione di insicurezza cresce, le forze dell’ordine restano sotto organico e lasciate sole.
Più decreti, più conferenze stampa, meno risultati reali. La sicurezza è diventata uno slogan da campagna elettorale permanente, non una politica efficace.
Una sinistra inesistente e autoreferenziale
Se il governo fallisce, l’opposizione non esiste. La sinistra italiana è impalpabile, scollegata dal mondo reale, incapace di difendere chi lavora. Mentre gli stipendi italiani restano i più bassi d’Europa, i leader progressisti preferiscono occuparsi di battaglie identitarie e simboliche.
Invece di stare fuori dai cancelli della FIAT o delle fabbriche, a protestare contro salari da fame e precarietà, c’è chi sceglie di ballare sui carri del gay pride. Scelta legittima, certo. Ma politicamente devastante, perché certifica l’abbandono totale del lavoro e della produzione.
Il Veneto non può più permettersi di aspettare
In questo quadro di declino nazionale, il Veneto è uno dei territori più penalizzati. Regione che produce ricchezza, lavora, esporta, paga. E riceve in cambio inefficienza, burocrazia e tasse.
Continuare così significa accettare un declino socio-economico inarrestabile. Per questo la questione non è più ideologica, ma di sopravvivenza:
o il Veneto conquista una vera autonomia, fino a una prospettiva di indipendenza, oppure continuerà a essere trascinato a fondo da un sistema che non funziona.
Non è estremismo.
È lucidità.
M.B.


